L'incubo

Johann Heinrich Füssli fu un pittore svizzero che diede una nuova interpretazione al classicismo di fine '700, avvicinandosi a un'arte fantastica e visionaria che prelude il romanticismo. Con la sua opera “L'incubo” sviluppa il soggetto orrifico, già presente nella pittura inglese, inserendo la rappresentazione in un ambiente chiuso e moderno, con oggetti e tendaggi del tempo. Diversamente gli inglesi avevano stemperato il gusto orrifico con il mito e la leggenda. Füssli era originario svizzero ma per motivi religiosi fu costretto a partire e si fermò per un breve tempo a Berlino prima di arrivare a Londra, dove, con l'aiuto di Joshua Reynolds, si dedicò alla pittura.
Abbiamo diverse versione dell'Incubo, quelle certe sono due: quella del 1781 che si trova a Detroit nell'Institute of Arts, mentre quella del 1790-91 a Francoforte nel Goethe-Museum.
1781 Institute of Arts - Detroit
1790-91 Goethe Museum - Francoforte
Füssli venne in Italia nel 1769, e fu qui che studiò i grandi capolavori manieristi di Michelangelo e grazie ad essi scoprì il valore oscuro ed antico della tragedia e la passione irrazionale. L'artista raffigura una donna addormentata la quale è sovrastata sul petto da un mostro e un cavallo che spunta dalla tenda. La posizione della donna potrebbe essere un recupero dei Baccanali di Tiziano o quello del Sogno di Ecuba di Giulio Romano. La scena allude a impulsi inconsci di natura erotica associati alla violenza carnale. Il cavallo potrebbe quindi simboleggiare l'uomo e, la sua irruzione improvvisa, lo stupro. Il dipinto secondo alcuni rappresenterebbe il desiderio represso del pittore più che il desiderio sessuale della donna.
Il soggetto dell'opera è stato inoltre ripreso cinematograficamente, come in Barry Lyndon di Kubrick o in Gotich di Russell.


La morte di Marat

Jacques-Louis David nella sua tela “La morte di Marat” ci dà testimonianza della Rivoluzione Francese. Marat infatti fu uomo politico e rivoluzionario che riuscì ad espellere dalla Convenzione, l'assemblea legislativa ed esecutiva che fu creata durante la Rivoluzione, i girondini nel 1793. Purtroppo la sua vittoria fu breve ed amara, un mese dopo fu assassinato da Charlotte Corday. Marat viene rappresentato in una sorta di santificazione laica poiché martire della Rivoluzione. È sofferente nella sua malattia della pelle ed ha in mano la lettera portata proprio da chi lo ha appena pugnalato, in cui leggiamo la data 13-07-1793. La cassa in legno a destra è metafora di una pietra tombale con la relativa iscrizione.
David fu amico di Marat e fu lui ad organizzare il suo funerale e sempre lui a scrive nel “Discorso alla Convezione”: avendo Marat una malattia della pelle, non poteva essere scoperto davanti al popolo e per questo David pensò che il modo migliore per mostrarlo fosse quello in cui l'aveva visto l'ultima volta, ovvero mentre scriveva per il benessere del popolo. La posa di Marat, la testa reclinata e il braccio pendente ricordano moltissimo la Pietà di Michelangelo ma anche il Cristo Deposto del Caravaggio.
Caravaggio - Deposizione
David vuole rappresentare il passaggio dalla vita alla morte usando colori freddi come il bianco e l'avorio. Lo sfondo, nero, è un recupero caravaggesco così come la luce, la quale proviene da una fonte invisibile trasformando l'omicidio in un'icona di una nuova religione. Gli oggetti, quali la penna, il coltello e il calamaio diventano delle reliquie e alcuni come il blocco per scrivere, la vasca e la camicia insanguinata furono esposte durante il funerale. Ad oggi l'opera è conservata a Bruxelles, nel Musées royaux des Beaux-Arts.  

Giuditta e Oloferne

Un'opera straordinariamente bella, energica e allo stesso tempo impressionante è la “Giuditta e Oloferne” di Caravaggio, commissionata dal banchiere del sacro collegio cardinalizio Ottavio Costa nel 1599. L'opera è conservata alla Galleria nazionale di arte antica di Palazzo Barberini a Roma. La cosa non ci deve sorprendere perché Caravaggio era molto amato dai banchieri, come da Vincenzo Giustiniani, banchiere personale del Papa.
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Ottavio Costa era di Savona e venne a Roma con Juan Enrique Guerrera grande estimatore dei Carracci. Ad oggi, nell'archivio di Roma e Siena abbiamo le ricevute scritte in spagnolo dei pagamenti effettuati dai cardinali, in circa 100 volumi. Il banchiere Costa aveva ben 10 copie e 3 dipinti di Caravaggio, e questo della Giuditta era il suo preferito. Costa farà ben tre volte testamento, era ricco e famoso, infatti quando morì nel 1639 la notizia arrivò sino ai giornali. Dal punto di visto stilistico l'opera è vicina alla Cappella Contarelli ma purtroppo non abbiamo una data precisa della sua realizzazione. Insieme alla Santa Caterina, che è a figura intera, affronta il tema sacro raccontando una storia, cosa che nei quadri precedenti non aveva mai fatto. La modella della Caterina e della Giuditta è la stessa, si tratta di una cortigiana senese di nome Fillide.
Santa Caterina 
L'opera ha un taglio di ¾ e rappresenta una scena drammatica che si svolge nella tenda del capo degli Assisi, i quali si erano accampati nella terra dei Giudei per sottometterli. Fu mandata per questo la Giuditta nell'accampamento nemico e, ottenuta la loro fiducia, riuscì a far ubriacare Oloferne e ad ucciderlo con la sua stessa arma. Accanto a lei c'è la serva Abra che attende, con un panno in mano, che la giovane donna le dia la testa di Oloferne. Da notare il contrasto tra le due figure femminile, una giovane e bella, l'altra vecchia e scontrosa. La cosa più sconcertante a mio parere è il fatto che la Giuditta sembra esser nata per trovarsi qui, come fosse stato da sempre questo il suo destino perché non si scompone affatto mentre uccide Oloferne.
Gli orecchini che la Giuditta indossa potrebbero essere quelli che il committente Costa aveva regalato a sua figlia per il matrimonio con il figlio di Herrera. Furono probabilmente prestati a Caravaggio per inserirli nel dipinto, il quale fu esposto al matrimonio stesso.
Purtroppo per il dipinto abbiamo problemi di datazione, ma un fatto di cronaca ci aiuta a capire meglio. L'opera si lega infatti alla decapitazione di Beatrice Cenci del 1599. Figlia di un personaggio di dubbia fama, all'età di 18 anni, d'accordo con i fratelli e la matrigna Lucrezia Petroni uccide il padre. L'uomo probabilmente aveva rinchiuso la figlia e la compagna in un feudo per problemi ereditari.
Clemente Aldobrandini aveva da poco emanato un editto che condannava questi omicidi, punendoli con la morte. La bella fanciulla a differenza dei fratelli non chiese mai perdono. L'avvocato Prospero Farinacci cercò di aiutarla ma senza risultati poiché Aldobrandini avrebbe perso credibilità se l'avesse perdonata. Il carro con cui Beatrice venne portata al patibolo passò davanti alla banca di Ottavio Costa, quindi Caravaggio probabilmente l'aveva vista e ne era rimasto influenzato.
Questo fatto di cronaca è stata molto sentito dal popolo di Roma che portò addirittura i fiori al Gianicolo, luogo in cui era stato portato il corpo della giovane. Si ha quindi un parallelo tra la Giuditta che sconfisse il nemico e la giovane Beatrice che uccise il padre.


Il David di Michelangelo

Una tra le più amate sculture e simbolo del nostro Bel Paese all'estero è sicuramente il David di Michelangelo. Michelangelo nacque nei pressi di Arezzo nel 1475 e fu educato agli studi umanistici. Nel 1488 il padre riesce a far entrare il figlio nella bottega dei fratelli Ghirlandaio a Firenze. Qui Michelangelo conobbe Granacci, il quale lo introdusse nel giardino di S. Marco. Questo era in realtà una vera e propria accademia, creata da Lorenzo il Magnifico, in cui gli artisti potevano studiare e copiare dalla loro vasta collezione. Nel 1492 morì il Magnifico per cui l'artista decise di andare via dalla città per spostarsi a Venezia e poi a Bologna dove lavorerà per l'Arca di San Domenico. Nel 1495 capendo che quella non sarebbe stata la sua strada ritorna a Firenze ma solo per un anno, prima cioè di spostarsi a Roma fino al 1501. Proprio in questa data il David viene commissionato dall’Opera del Duomo e dall’Arte della Lana, il quale doveva ornare un contrafforte della facciata del Duomo di Firenze. Il Vasari invece nelle “Vite” scrive: “ Gli fu scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perché non era fuor di proposito che di quel marmo ch'era nell'opera guasto, egli, come già n'ebbe volontà ne cavasse una figura, il quale marmo Pier Soderini, già Gonfaloniere in quella città, ragionò di dare a Lionardo da Vinci.”, afferma cioè che l'opera venne commissionata dalla Repubblica e che Pier Soderini inizialmente voleva dare la commissione a Leonardo da Vinci, ma questo non è possibile poiché abbiamo il contratto con l'Arte della Lana. Il blocco di marmo su cui lavorò Michelangelo fu iniziato ben due volte, prima negli anni '60 da Agostino di Duccio e poi negli anni '80 da Bernardo Rossellino. Il cantiere, per dirlo alla moderna, era posizionato in Piazza Duomo, vicino all'attuale Museo dell'Opera e venne recintato poiché l'artista era geloso delle sue opere e nessuno doveva vederle prima della sua conclusione, fu infatti aperto solo nel giugno del 1503.


Il David è alto più di quattro metri ed ha una potenza grandiosa. Come Donatello quasi un secolo prima, Michelangelo decide di raffigurarlo nudo come un eroe classico, ma nonostante questo recupero è del tutto moderno poiché non troviamo ai suoi piedi la testa di Golia. Il David michelangiolesco viene infatti rappresentato nel momento poco precedente al tiro del sasso verso il gigante. La statua è molto dettagliata e dall'analisi anatomica si è potuto vedere che Michelangelo ha inserito tutti i muscoli nel posto giusto, tranne uno! In realtà ne hanno trovato uno in più sulla mano che da lì a poco scaglierà il sasso, e lo fa per enfatizzare il momento. Le mani sono più grandi e sproporzionate rispetto al corpo ma è di certo un dettaglio che non disturba la nostra visione di questa stupenda opera.
La particolarità e un altro dettaglio che rende la scultura molto più moderna rispetto ai classici è la pupilla! Questa infatti non veniva mai inserita nelle sculture antiche ma lui le aggiunge per sottolineare che il David è pensoso e per creare un effetto di luce-ombra.
Nonostante la committenza, l'opera fu adottata come simbolo della Repubblica da parte del gonfaloniere Pier Soderini. Egli rivedeva nel David l'incarnazione ideale fisica e morale dell'uomo rinascimentale. Così come accadde per Ercole anche l'opera di Michelangelo viene onorato come simbolo delle virtù civiche. Per questo Soderini istituisce una commissione per decidere la sua nuova collocazione. La commissione composta da Botticelli, Filippino Lippi, Leonardo, Perugino, Lorenzo di Credi, Antonio e Giuliano da Sangallo, Simone del Pollaiolo, Andrea della Robbia, Cosimo Rosselli, Davide Ghirlandaio, Francesco Granacci, Piero di Cosimo e Andrea Sansovino decide di inserire il David nella Loggia della Signoria, come proposto da Lippi, nel 1504. Tornando alle fonti, il Vasari non ci parla di questa commissione quanto piuttosto di come hanno fatto a spostare il David e di come Michelangelo è riuscito a superare gli antichi ma anche i moderni: “Era questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine, che varie furono le dispute che si fecero per condurla in piazza de' Signori. Perché Giuliano da San Gallo et Antonio suo fratello fecero un castello di legname fortissimo e quella figura coi canapi sospesero a quello, acciò che, scotendosi, non si troncasse, anzi venisse crollandosi sempre, e con le travi per terra piane, con argani la tirorono e la misero in opra, et egli, | quando ella fu murata e finita, la discoperse, e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero, e si può dire che né 'l Marforio di Roma né il Tevere o 'l Nilo di Belvedere né i giganti di Monte Cavallo le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finí Michel Agnolo".
Nel 1873 il David per motivi di conservazione fu spostato alla Galleria dell'Accademia e solo nel 1882 fu inaugurato e inserito nella Tribuna, dove si trova tutt'oggi. 
Un ultimo intervento di restauro sul David risale al settembre 2003 che fu eseguito da Cinzia Parnigoni sotto la guida di Franca Falletti, direttrice della Galleria dell'Accademia e con l'aiuto dell'Opificio delle Pietre Dure. Si è concluso nel maggio del 2004 e ha reso ancor più splendente il nostro meraviglioso David.

Conosciamoci!

Ciao a tutti! Già da un po' stavo pensando di fare questo post...mi piacerebbe scoprire quali sono le città, i paesi, le opere che più amate! Vorrei conoscere le vostre emozioni, le vostre passioni, e per questo vi chiedo di esprimere un'opinione al riguardo in modo da darmi anche qualche spunto per scrivere qualcosa di nuovo! 


Il Cenacolo

Tornando un po' indietro nel tempo vorrei raccontarvi la mia piccola gita a Milano lo scorso aprile 2013.
Sono andata nella capitale della moda italiana per un concerto ma, conoscendomi, sono rimasta un paio di giorni in più per visitare chiese e monumenti importanti della città lombarda!
La cosa a cui tenevo di più era vedere il Cenacolo di Leonardo da Vinci. Mi piace tantissimo il suo stile, la sua eleganza, la genialità che ha caratterizzato la sua vita! Devo dire che in questa occasione sono stata sbadata ma allo stesso tempo molto fortunata: non avevo idea infatti che si dovesse prenotare per poter vedere il Cenacolo e infatti era tutto pieno, ma aspettando un po' si è liberato un posticino e ho coronato il mio desiderio!
Ludovico il Moro, duca di Milano dal 1480 commissiona a Leonardo e Bramante il rinnovamento della chiesa di Santa Maria delle Grazie, in quanto voleva renderla un mausoleo per lui e la sua consorte. A Bramante viene affidata la tribuna mentre a Leonardo il refettorio.
Probabilmente la commissione a Leonardo è da datarsi intorno al 1494. La sua opera viene terminata sicuramente entro il 1497, data in cui Luca Pacioli cita l'opera nel suo "De divina proportione" dedicata proprio a Ludovico il Moro.
Il Cenacolo si trova su un lato corto della stanza e di fronte ad esso troviamo la crocifissione di Donato Montorfano. 
Crocifissione del Montorfano
L'opera di Leonardo non venne fatta ad affresco ma a tempera grassa su muro, una soluzione del tutto sperimentale del grande genio che però non ha portato molti benefici al suo stato di conservazione, infatti si può accedere al refettorio solo per 15 minuti e l'ingresso è limitato a poche persone, le quali vengono per così dire "risucchiate" dalla sporcizia e dall'anidride carbonica sulle vesti attraverso una stanza apposita. Un ultimo restauro, terminato nel 1998 da Pinin Brambilla Barcillon ha riportato alla luce le forme e il colore delle figure leonardesche che gli antichi restauri non erano riusciti a fare per paura di rovinare l'opera. Nei secoli precedenti infatti veniva inserita colla su colla per evitare che la pittura non si staccasse ma il risultato fu solo quello di scurire moltissimo le figure portandole ad essere marroni e a deformare la loro fisionomia. E' ovvio che Leonardo non avrebbe mai usato quel tipo di pittura! Bisognava togliere tutta la parte scura del dipinto e per questo fu usato il bisturi ma purtroppo ad oggi la pittura originaria è davvero poca e questa durante il restauro non venne reintegrata ma semplicemente ribassata. Durante il lavoro di Pinin Brambilla Barcillon sono stati inoltre ritrovati in alto gli stemmi della famiglia Sforza e degli elementi vegetali, i quali possiamo vederli anche nel Castello Sforzesco.
Il cenacolo prima del restauro


Il cenacolo dopo il restauro
Grazie alla copia dell'opera del suo allievo Giampietrino sappiamo che al lati non ci sono finestre, bensì arazzi! L'idea che voleva dare Leonardo era quella ovviamente della prospettiva, con un punto di fuga centrale e anche quello di continuare idealmente le mura del refettorio e la stessa cena dei domenicani.
Un'altra fonte importante per il Cenacolo è data dalla novella n°58 di Brandello, nipote del priore della chiesa, che ci parla del lavoro di Leonardo. Ci dipinge l'artista come discontinuo, in quanto la mattina si trovava a lavorare al Palazzo Reale per il monumento equestre a Francesco Sforza e a mezzogiorno correva in Santa Maria delle Grazie per salire sul ponteggio e dare qualche pennellata. A volte però Leonardo veniva qui soltanto per ammirare le sue figure.

Il Cenacolo leonardesco recupera l'opera di Andrea del Castagno che aveva già aveva narrato l'episodio nel 1447 che oggi si trova nella chiesa di Sant'Apollonia a Firenze.
Cenacolo di Andrea del Castagno
Particolare: Giuda 
Andrea del Castagno rappresenta la figura di Giuda isolata rispetto a Cristo e agli altri apostoli. La differenza tra Andrea e Leonardo sta proprio nel fatto che, il primo narra l'episodio in modo tradizionale, mentre il secondo inserisce Giuda assieme alle altre figure. Questo avvenne anche nell'opera di Beato Angelico, che si trova al Museo di San Marco a Firenze, in quanto per entrambi i committenti sono stati i domenicani.
L'Eucarestia di Beato Angelico
La critica in questo caso legge una dottrina dell'ordine dei domenicani: questi erano infatti vicini all'idea del libero arbitrio. Essi ritenevano che gli apostoli dovevano agire secondo la propria libertà personale. Quindi come ci sono gli apostoli che aderiscono in modo positivo alla causa di Cristo, c'è chi, come Giuda, lo fa in modo negativo.I domenicano volevano perciò sottolineare il principio di uguaglianza.

Il Cenacolo di Leonardo però non solo differisce per la composizione, che abbiamo scoperto è legata al volere dei committenti, ma si distacca dalle solite narrazioni in quanto egli non rappresenta il momento in cui Cristo spezza il pane ma prende in considerazione il vangelo di Giovanni capitolo 13, versetti 21-26. In questi versi Cristo annuncia agli apostoli che uno di loro lo avrebbe tradito. 

Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 
Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?».
Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Rispose allora Gesù: «E' colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.

L'artista rappresenta quindi, non tanto il momento del sacramento dell'Eucarestia, ma il problema umano del tradimento di Cristo. I discepoli vengono divisi in gruppi di tre, mentre parlano e si chiedono chi tra loro posso tradire Cristo. La frase viene pronunciata e capita meglio dagli apostoli più vicini e ovviamente meno da quelli lontani, questo perché negli stessi anni Leonardo stava cominciando ad avvicinarsi allo studio del suono e di come questo si dovesse propagare nello spazio. L'artista quindi applica lo studio fisco alla scena rappresentata. Giovanni solitamente viene rappresentato mentre si china sul petto di Cristo chiedendo se è lui il traditore, in questo caso invece è Pietro che lo obbliga a chiedere a Cristo chi è il traditore. Giuda viene rappresentato come detto tra gli altri apostoli con in mano la borsa con i soldi. Tommaso, a sinistra di Cristo ha un dito alzato per sapere se a tradirlo sarà solo un apostolo, come se non avesse colto appieno l'affermazione. 
Leonardo con quest'opera studia i moti dell'animo, i sentimenti che gli apostoli dovevano aver provato nel momento in cui Cristo fa la sua confessione. Leonardo cura moltissimo il dettaglio, della natura morta, delle ombre, delle tovaglie e le stoviglie. Cura che deriva sicuramente dall'arte fiamminga. Il volto di cristo è imberbe ma con i capelli lunghi.
Volto di Cristo prima del restauro
Volto di Cristo dopo il restauro
Inserisco infine un'immagine relativa agli studi che Leonardo faceva sul corpo umano, nel dettaglio quello della testa che servì per fare le figure degli apostoli.
Studio di testa
Fonti per le foto: il sito meraviglioso http://www.wga.hu/ 
Senza questo non vi avrei potuto far vedere le opere in quanto il Cenacolo non può essere fotografato a causa del suo cattivo stato di conservazione. 

Grazie mille per la vostra attenzione e buone visite a tutti!
Valeria 

La Cappella Brancacci

Per l'occasione del 1° novembre sono partita per Firenze e ho visto tantissime cose! Vorrei potervi raccontare ogni minimo particolare di questa stupenda esperienza ma dovrò limitarmi un pochino! Premetto che è la seconda volta nel giro di due anni che ho visitato la bellissima città toscana, ma stavolta l'ho guardata con occhi diversi. Infatti ad oggi mi trovo a frequentare il secondo anno accademico all'università in Beni Culturali e per un esame sto studiando proprio questo periodo.
La cupola del Brunelleschi vista dal campanile
Per questo post ho scelto di raccontarvi la bellezza, nella sua piccola dimensione, della cappella Brancacci. Questa si trova nella chiesa del Carmine dedicata alla beata Vergine del Carmelo. La chiesa non si trova nel traffico dei tanti turisti che assediano ogni giorno la bella Firenze, ma è spostata verso la "periferia" potremmo dire, nell'omonima Piazza del Carmine. La chiesa che vediamo oggi è frutto di numerosi interventi: la sua fondazione risale al 1268 da parte dei frati giunti a Firenze da Pisa, i lavori vengono terminati solo nel 1475, ma nonostante ciò la facciata rimane incompiuta, infatti ancora oggi si presenta con un grezzo paramento in pietra e laterizio. Negli anni successivi nascono il chiostro, il dormitorio, la sala capitolare, il refettorio e l'infermeria. Nel '500 subirà dei cambiamenti dovuto al Concilio di Trento. Tra il 1597 e il 1612 viene fatta la ristrutturazione del primo chiostro, motivo per cui non ci è giunto sino a noi l'affresco della "Sagra", opera di Masaccio. Nel 1771 un incendio distruggerà gli interni della chiesa ma fortunatamente la cappella Brancacci è una delle poche cose sopravvissute. Nella chiesa è presente inoltre la cappella Corsini, esempio raro del barocco romano a Firenze. Ed è proprio questo stile tardo barocco che caratterizza anche oggi l'aspetto della Chiesa. 
La cappella è piccola nella forma, ma grande nello stile e nel suo significato, celebra infatti la cristianità e la Chiesa. Questa è stata commissionata nel 1423 da Felice Brancacci. Alle Storie di San Pietro lavorano assieme Masolino e Masaccio. Però dal 1427 gli affreschi rimarranno incompiuti in quanto Masolino lascerà i lavori per partire in Ungheria con il Papa e Masaccio andrà a Roma. La cappella verrà poi terminata da Filippino Lippi negli anni 1481-83. Nel corso dei secoli successivi la cappella verrà rimaneggiata e purtroppo molte cose andranno perdute. Con il restauro degli anni '80 del Novecento è stato possibile recuperare la limpida e brillante cromia degli affreschi.

La parete sinistra era affidata a Masaccio la destra a Masolino. Roberto Longhi, importante critico d'arte nel '900 è il primo a fare una distinzione tra i due artisti nella cappella, l'opera è di Masaccio ma c'è la collaborazione di Masolino. 
Masolino nacque nel 1383, il suo nome di battesimo è Tommaso di Cristoforo di Fino. Nel 1423 si iscrive all'Arte degli Speziali. Esordisce come orafo con Ghiberti ed assorbe moltissimo la cultura tardogotica di Gentile da Fabriano, quindi l'elemento cortese, ma rimane comunque un pittore moderno. Muore nel 1440.
L'Adorazione dei Magi 1423 Uffizi, Firenze
Dettaglio dell'Adorazione dei Magi - corteo regale
Tommaso Cassai nacque nel 1401, viene definito Masaccio in quanto si vestiva in modo trasandato. Arriva a Firenze nel 1420 e si scrive all'Arte dei Medici e Speziali nel 1422. Muore nel 1428 e in soli sei anni di attività egli rivoluzionerà completamente la pittura! Inizialmente si è creduto che fossero allievo a maestro ma non è affatto così. 

Sulla parete sinistra della cappella, partendo da sinistra verso destra ci sono le seguenti storie: "La cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre" di Masaccio e "Il tributo" di Masaccio nella parte superiore, "San Pietro visitato in carcere da San Paolo" di Filippino Lippi e "La resurrezione del figlio di Teofilo e San Pietro in cattedra" di Masaccio e Filippino Lippi nella parte inferiore.
Nella parte centrale: "La predica di S.Pietro" di Masolino; "Il battesimo dei neofiti" di Masaccio nella parte superiore, "San Pietro risana con l'ombra" e "La distribuzione dei beni e la morte di Anania" nella parte inferiore, entrambi di Masaccio.
Infine, ma non per importanza, nella parete di destra troviamo: "La guarigione dello zoppo e la resurrezione di Tabita" di Masolino e "La tentazione di Adamo ed Eva" nella parte superiore, "La disputa dei Santi Pietro e Paolo con Simon Mago e la crocifissione di San Pietro" e " San Pietro liberato dal carcere" nella parte in basso.

Vorrei analizzare con voi alcune di queste opere, quelle più significative, sia per capire le differenze stilistiche tra questi due artisti sia per conoscere le novità che saranno protagoniste della pittura negli anni successivi. 

Le storie che vengono raccontate nella cappella sono quelle di Pietro ma troviamo due dipinti che esulano dalla vita del santo e trattano dell'origine dell'uomo.

Il peccato originale di Masolino ha uno stile ancora legato al tardogotico, con le figure molto delicate e irreali, sembrano quasi fluttuare nel dipinto stesso in quando il manto d'erba su cui dovrebbero poggiare è del tutto inconsistente, non c'è assolutamente plasticismo. E' una pittura ancora legata al mondo cortese come in Gentile da Fabriano di cui abbiamo parlato poco fa.





La cacciata di Adamo ed Eva, di Masaccio, ha invece tutto un altro stile! Le figure sono plastiche, realistiche ed esprimono una forte drammaticità. Masaccio riuscirà con quest'opera ad andare oltre la pittura che caratterizza questo momento storico, rivoluziona il suo senso più profondo. A lui infatti dobbiamo l'applicazione della prospettiva brunelleschiana in pittura, così come accade in scultura con il magnifico Donatello. Un esempio che vorrei farvi vedere è il S.Giorgio, commissionato per Orsanmichele dall'Arte dei corazzai e spadai nel 1417. L'opera originale non si trova nella nicchia della chiesa ma al Museo del Bargello. La cosa particolare dell'opera è lo spazio in cui il S.Giorgio si trova, sembra muoversi nella nicchia stessa in cui è stato creato, e soprattutto la predella in basso con la scena del santo che libera la principessa, in cui Donatello usa il rilievo stiacciato. Con questa tecnica egli tende a dare maggior risalto alle figure in primo piano e assottiglia progressivamente le forme retrostanti, come gli alberi, il cielo e l'architettura.
S. Giorgio - Donatello
Nel "Tributo" viene rappresentato l'episodio in cui Gesù viene fermato dal gabelliere, al quale era affidato il compito di riscuotere le monete prima di far entrare i fedeli al tempio. Per questo motivo Cristo, al centro dell'affresco, con la mano destra indica a Pietro di recarsi al lago per prendere una moneta che si trovava nella bocca di un pesce. Il gesto della mano di Cristo viene ripetuta da Pietro, a cui fa eco anche quello del gabelliere che è rappresentato di spalle. Sono tre i gesti, semplici, pochi ma significativi e sono tre anche i momenti ambientati nello stesso spazio scenico. La lettura dell'affresco non è paratattica, come si usava nel '300 il cui maggior rappresentante era Giotto, ma va dal centro, a sinistra e infine a destra, un ordine nuovo che ricorda molto quello sperimentato da Brunelleschi nella formella per il battistero di Firenze.
Il sacrificio di Isacco - Brunelleschi 1401
Gli edifici e il paesaggio in fondo sono in prospettiva e il cielo azzurro è attraversato da nubi bianche scorciate anch'esse. Questo paesaggio richiama la predella del S. Giorgio per Orsanmichele. L'elemento della tridimensionalità è data dall'uso della luce, la quale rende scultorei i corpi dei personaggi. L'opera, come già detto, è di Masaccio ma c'è un elemento che si distacca dal suo modo di dipingere: la testa di Cristo. Questa infatti è stata fatta fare, molto probabilmente, all'amico Masolino. Si evidenzia in questo modo il loro profondo legame, il rispetto e l'omaggio da parte di Masaccio.

Con questa cappella i due protagonisti arrivano e superano l'arte classica. Questo si evince soprattutto dalle figure plastiche e ben definite che troviamo nel "Battesimo dei Neofiti" nella parte centrale. Masaccio qui riesce in modo molto realistico a rappresentare l'anatomia umana grazie ai suoi studi sui cadaveri. Il corpo dell'uomo in ginocchio, nudo, tremante per il freddo sarà un modello da cui attingeranno i successori, fino ai manieristi. 

Infine vorrei parlarvi dell'affresco "La resurrezione di Tabita e la guarigione dello storpio". Nella stesso contesto urbano sono rappresentati due episodi della vita di san Pietro che vengono giustapposti fra loro, senza relazioni, da due figure giovani ben vestite che camminano per le strade che fanno da raccordo. Sono figure eleganti che vestono abiti contemporanei. Le figure sono state fatte da Masolino ma le architetture in fondo sono di Masaccio. Vasari sostiene nelle sue Vite che in questo affresco ci sia addirittura un autoritratto di Masaccio! 
Purtroppo il nostro viaggio in questo mondo fantastico, al limite col tardogotico e l'inizio di una nuova pittura termina qui, almeno per oggi!! 
Mi scuso per la qualità delle immagini, non è stato facile considerando che la cappella è piccolina e c'era molta gente! Mi auguro sia stato di vostro piacimento questo post e per adesso, come sempre, vi dico: buone visite a tutti e buona domenica!